Il disegno di legge che istituisce il reato di femminicidio, presentato nel marzo 2025 e approvato nei giorni scorsi, introduce l’art. 577-bis c.p., configurando il femminicidio come reato autonomo punito con l’ergastolo, quando l’omicidio è motivato da odio o discriminazione verso la vittima in quanto donna o è finalizzato a reprimere libertà, diritti o espressione della personalità femminile.
L’idea è quella di riconoscere apertamente che molte uccisioni di donne nascono da odio, controllo o discriminazione. Un passo simbolicamente importante, certo. Ma è anche davvero la strada più efficace?
I numeri raccontano una storia diversa da quella che immaginiamo
Secondo i dati ufficiali del Ministero dell’Interno, negli ultimi dieci anni i femminicidi non sono aumentati, come spesso si sente dire. Anzi: restano sostanzialmente stabili, con una lievissima diminuzione.
Il dato davvero inquietante è un altro: oltre il 90% delle donne uccise muore per mano di un uomo che conosce, quasi sempre all’interno di una relazione affettiva o familiare. Più della metà viene uccisa dal partner, il 12% dall’ex.
Questo ci dice una cosa molto semplice: non siamo di fronte a un’emergenza improvvisa, ma a un problema strutturale, profondo, che non nasce “per caso” e che non sparisce con una nuova pena più dura.
L’idea di punire il femminicidio con l’ergastolo può sembrare una svolta, ma in realtà l’ergastolo è già previsto per chi uccide una donna all’interno di una relazione o dopo averla perseguitata [aggravante dello stalking (art. 576 n. 5.1 c.p.); aggravanti nei rapporti familiari e affettivi (art. 577 n. 1 c.p.)]
La nuova legge, dunque, non aggiunge una punizione più severa: la punizione massima esiste già.
E ancora, la logica del “più punizioni = meno violenza” non funziona. Chi studia la violenza di genere lo ripete da anni: inasprire le pene non fa diminuire i femminicidi. Perché?
Perché questi delitti non nascono da un calcolo razionale del tipo “se mi beccano, rischio l’ergastolo”, ma da dinamiche emotive, culturali e relazionali profondissime: controllo, gelosia, senso di possesso, dipendenza affettiva.
Le ultime riforme punitive (stalking 2009, Codice Rosso 2019, legge 168/2023) avrebbero dovuto produrre una diminuzione dei casi. Non è successo.
Questo non perché la legge “non è abbastanza dura”, ma perché la violenza di genere non si combatte solo a colpi di codice penale.
Creare un reato ad hoc ha anche un effetto collaterale sottile ma importante, tende a rafforzare l’immagine della donna come vittima “per natura”, sempre fragile, sempre da proteggere dall’alto.
È un paradosso: per difendere le donne, si finisce per rappresentarle come soggetti senza autonomia, riproponendo – involontariamente – quelle stesse dinamiche di controllo che stanno alla base della violenza.
E ancora, questa legge circoscrive la tutela rafforzata alle sole donne cisgender
Questo significa che le donne trans, che in realtà sono tra le più colpite dalla violenza maschile, resterebbero fuori.
È una scelta che crea una sorta di “gerarchia delle vittime”, e rischia di alimentare nuove esclusioni invece di tutelare chi è più esposto.
Siamo, dunque, di fronte ad una riforma molto simbolica… e soprattutto senza soldi!
Come molte leggi degli ultimi anni, anche questa si chiude con una clausola di invarianza finanziaria: in pratica,
non prevede un euro in più per centri antiviolenza, case rifugio, assistenza psicologica, formazione degli operatori.
Il risultato?
Invece di proteggere davvero le donne, questa legge potrebbe ridursi a un gesto simbolico, inserito in una logica populista che usa la vittima come bandiera per invocare pene più dure, senza affrontare le radici del problema.
Infatti, la storia ci insegna che quando la politica affida tutto al diritto penale, spesso significa che ha smesso di occuparsi delle questioni più profonde. E infatti, la protezione reale delle persone che subiscono violenza di genere nasce prima di tutto nelle comunità: nei centri antiviolenza, nelle case rifugio, nelle reti di solidarietà che ogni giorno offrono ascolto, supporto, sicurezza. Sono queste le strutture che funzionano davvero. Eppure, proprio oggi, vediamo questo tessuto comunitario indebolirsi, mentre l’idea che i problemi sociali si risolvano solo con più punizioni continua a farsi strada.
Rafforzare i centri antiviolenza, le case rifugio e i servizi di supporto psicologico e legale non è un dettaglio: è la risposta più immediata ed efficace per proteggere chi è in pericolo. Allo stesso modo, formare adeguatamente operatori della giustizia, della sanità e delle forze dell’ordine è essenziale per riconoscere i segnali di rischio prima che sia troppo tardi.
Perché se la violenza di genere si nutre di dipendenza economica e squilibri di potere, allora le politiche veramente incisive sono quelle che spezzano queste catene: autonomia economica, parità sul lavoro, servizi di welfare che permettano alle persone di uscire da situazioni di subordinazione.
Serve un cambio di prospettiva: meno enfasi sulle pene severe “dopo” e più investimenti in educazione, prevenzione, cultura delle relazioni rispettose “prima”. Eppure, paradossalmente, la proposta di legge chiude con una clausola di invarianza finanziaria: zero risorse aggiuntive. Un film già visto. Tante parole, pochi mezzi.
La vera sfida, allora, non è punire di più, ma costruire un approccio integrato che agisca sul lungo periodo: culturale, educativo, economico, sociale. Solo così possiamo andare oltre la retorica e iniziare davvero a combattere la violenza di genere in tutte le sue forme.
C’è però un elemento positivo: questa legge, pur con i suoi limiti, ha riacceso il dibattito pubblico. E questo può diventare un terreno fertile per una riflessione più ampia, più onesta e finalmente capace di generare cambiamento reale.
